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ODE AL GLICINE. IL GIARDINO BARDINI DI FIRENZE

E intanto era aprile,

e il glicine era qui, a rifiorire.”

Pier Paolo Pasolini

 

Non c’è frase più azzeccata per illuminare la nostra mente dopo i duri mesi affrontati: la natura ritorna, sempre e comunque, audace e vittoriosa. La natura si riprende i suoi spazi e ci lascia incantati, ogni volta. Il Giardino Bardini di Firenze con la sua famosissima pergola di glicine torna a meravigliarci. Un viaggio poetico e fiabesco tra i profumi del Giardino Bardini, ombreggiato dall’iconico glicine.

glicine

“D’un aprile rammento. Traboccava

il cuore come il glicine dai muri.”

Sergio Solmi

 

Il Giardino Bardini di Firenze: “il giardino dei tre giardini”

L’antiquario e collezionista Stefano Bardini (1836-1922), assiduo frequentatore del Caffè Michelangelo ed esponente del movimento artistico dei Macchiaioli diffuso a Firenze e a Livorno negli anni ’60 dell’Ottocento, coniò l’espressione “il giardino dei tre giardini” per definire con sintesi intelligente la storia del Giardino Bardini di Firenze.

Il Giardino Bardini presenta infatti una costituzione singolare ed eclettica, che vede la combinazione di tre giardini: il bosco anglo-cinese, la scalinata barocca e il parco agricolo.

Lunetta del Giardino Bardini, Mauro Falzoni (ispirata alla serie di lunette di Giusto Utens, 1599-1602).

Restaurato nel 2000 dalla Fondazione Parco Monumentale Giardini Peyron e da Ente Cassa di Risparmio di Firenze, è stato aperto al pubblico nel 2005. Il Giardino Bardini si espande tra Costa San Giorgio e Borgo San Niccolò, in un tratto scosceso di collina che ne dichiara l’evidente vocazione agricola.

Già nel Duecento è documentato un palazzo, provvisto di loggia e orti murati, appartenente alla famiglia Mozzi, sulla collina di Montecuccoli. I banchieri Mozzi fallirono nel 1303; il palazzo fu in seguito acquistato dal comune di Firenze, fino a quando,  nel Cinquecento, i Mozzi non tornarono in possesso della parte orientale della loro antica proprietà. Ad ovest, invece, si erano stabiliti i Manadori. Questi ultimi commissionarono pertanto la costruzione di Villa Manadora, in posizione panoramica, all’architetto Gherardo Silvani (1579-1675), di formazione fiorentina e manierista.

Nel 1815, dopo alcuni passaggi di proprietà, Villa Manadora fu acquistata da Jacques Louis Le Blanc, governatore del Principato di Piombino in epoca napoleonica. Fu Jacques Louis Le Blanc a dare avvio ai lavori per la costruzione del giardino anglo-cinese, nella parte occidentale della proprietà.

Nel 1839, dopo secoli di divisione, la famiglia Mozzi comprò l’intera proprietà, compresa la parte rinnovata da Jacques Louis Le Blanc.

Il 18 febbraio 1915 il nuovo proprietario divenne Stefano Bardini, il quale commissionò importanti modifiche strutturali: fece demolire gli orti murati, ordinò la creazione di un viale carrozzabile che mettesse in comunicazione le varie zone del giardino, si occupò del restauro di Villa Manadora e dell’edificazione della Loggia del Belvedere, installando diverse statue di stile eclettico e di provenienza veneta. Alla morte di Stefano Bardini, la proprietà passo al figlio Ugo, che la mantenne fino al 1965.

giardini bardini di firenze

Il biglietto al Giardino di Boboli comprende l’entrata al Museo delle Porcellane e al Giardino Bardini: si esce pertanto da Forte Belvedere e si segue il breve tragitto che conduce all’entrata del Giardino Bardini, da Costa San Giorgio 2. Il percorso è stato battezzato Firenze Greenway e comprende molti altri itinerari fiorentini, tutti da scoprire: ideato a partire dagli anni ’90, fu definito da Antonio Paolucci “la spina verde” di Firenze. Oggi comprende 15 km tra il Giardino Bardini e il Viale dei Colli. Nel 2020, Firenze Greenway ha vinto il Premio dell’Osservatorio del Paesaggio Regione Toscana; nel 2021, la Dott.ssa Maria Chiara Pozzana, ideatrice del progetto, ha costituito l’Associazione Culturale Firenze Greenway.

Provenendo dunque dal Giardino di Boboli, si accede al Giardino Bardini da ovest, dall’ingresso di Costa San Giorgio 2, e ci si imbatte nel bosco anglo-cinese progettato da Jacques Louis Le Blanc nell’Ottocento. Da non perdere la collezione di azalee e le statue disseminate nel giardino, tra cui spicca il Canale del Drago, da sempre mitico custode dei giardini (basti ricordare il serpente Ladone del Giardino delle Esperidi, o la più moderna e giocosa citazione di Marco Dezzi Bardeschi agli Orti del Parnaso, a Firenze). Nelle immediate vicinanze, là dove serpeggia pittoresco il canale, si trova la coppia di Cerere e Bacco, divinità legate alla natura, all’abbondanza, alla festosità. La fontana di Venere funge invece da eye-catcher nel prato frontestante Villa Manadori. Questa parte del giardino si contraddistingue per l’ombrosità del bosco inglese, alternata ai luminosi affacci su Firenze.

Proseguendo nel giardino, si arriva al Belvedere, dove Firenze appare nella sua maestosa bellezza, letteralmente ai nostri piedi. La vertiginosa cascata della scalinata barocca, bordata di iris, rose e altre fioriture, si tuffa con impeto giù e ancora più giù, fino ai tetti della città.

Dietro al Belvedere, si erge la Loggia, dietro la quale si snodano una collezione di camelie, l’oliveta, il roseto, la collezione di viburni e la Grotta del Belvedere.

Si giunge alla parte più famosa del Giardino Bardini: la splendida pergola di glicine che attrae innumerevoli visitatori in aprile, per lo spettacolo della fioritura. Conviene, tuttavia, fare ritorno anche in giugno: la pregiata collezione di ortensie sotto il pergolato sarà al suo apice. La pergola di glicine si ispira alla stagione artistica delle Cerchiate, già diffuse nel Giardino di Boboli, nel Seicento.

Il “giardino dei tre giardini” è anche il “glicine dei tre glicini”: le tre varietà che adornano i 70 metri della pergola sono infatti Wisteria Floribonda Black Dragon; Royal Purple giapponese dal fiore doppio di colore porpora e viola scuro e Showa Beni con fiore rosa; Wisteria Prolific, la varietà più diffusa, con grandi fiori di colore viola.

Dopo la pergola di glicine, si apre la parte più campestre del Giardino Bardini: oltre al Rondò Belvedere, infatti, si estende il frutteto. Il frutteto annovera collezioni a spalliera, a cordone, a pieno vento e nanizzate; ci sono mele, pere, susine, ciliegie e pesche.

Scendendo, si arriva alla Nicchia delle Erme e ci si avvia verso l’uscita su Piazza dei Mozzi, dopo aver preso congedo dalle evocative statue di Vertumno e Pomona, divinità mitologiche associate al cambiamento delle stagioni e alla frutta, dipinte nel Cinquecento da Pontormo nella Villa Medicea di Poggio a Caiano, fuori Firenze.

 

Il glicine tra storia, arte e botanica

Wisteria è il nome botanico del glicine; appartiene alla famiglia delle Fabacee. Proveniente dalla Cina, dal Giappone, dalla Corea e dall’America, si tratta di un arbusto rampicante, rustico e resistente al freddo. I rami del glicine si attorcigliano ai loro sostegni e sono ideali perciò per essere utilizzati come pergolati, treillage, pareti e altro genere di arredo da giardino.

 

Essere o non essere. È come un glicine che si appoggia a un albero.”

Proverbio kô-an

 

Esistono numerose varianti di glicine: tra le più note, Wisteria sinensis (Cina); Wisteria floribunda (Giappone); Wisteria frutescens (America).

Il colore dei fiori varia dal bianco al viola, passando per tutte le sfumature del rosa, del malva, del lilla, del lavanda, del blu. La fioritura può avvenire in aprile, in giugno o in settembre, a seconda della varietà.

Secondo la leggenda, il glicine fu visto per la prima volta da un occidentale nel 1816, in Cina. Il Capitano Welbank si trovava, infatti, a cena presso un ricco mercante di Guanzhou (Canton). Il banchetto si svolse sotto una pergola fiorita di glicine, chiamata dai cinesi Zi Teng, “blue vine” (vite blu). Il Capitano Welbank riuscì a portare qualche seme di glicine con sé in Inghilterra; qualche anno dopo, il glicine fioriva in Europa. Venne chiamato Wistar in onore di un professore di anatomia e antropologo tedesco di nome Kaspar Wistar, ma la pronuncia inglese storpiò il cognome del dotto professore, e l’arbusto divenne pertanto noto come Wisteria. Si trattò di un errore botanico, poiché il nome Wisteria esisteva già: Linneo aveva chiamato infatti Wisteria frutescens una pianta proveniente dall’America, il glicine americano, appunto, nel ‘700. Ciò nonostante, il nome restò Wisteria.

Il nome glicine, invece, deriva dal greco e significa “pianta dolce”. Arrivò in Italia attorno al 1840.

Una leggenda piemontese vede come protagonista una dolce pastorella di nome Glicine, disperata per il suo aspetto poco avvenente, tanto da consumarsi di pianto, sorretta dal tronco di un albero. Le sue lacrime si trasformarono in grappoli di fiori, e il suo corpo si attorcigliò al tronco, dando origine al glicine.

In Giappone, il glicine è considerato simbolo di amicizia per l’indivisibilità dei suoi petali, oltre a sinonimo di longevità ed immortalità, dato che può vivere anche per più secoli. E’ stato spesso rappresentato in pittura nei paravento (byōbu) e decantato nei brevi versi di poesia (haiku).

Da ricordare infine il capolavoro “Genji Monogatari”, considerato il primo romanzo psicologico della letteratura mondiale (1002-1003), scritto dalla dama Murasaki Shikibu (973-1014 ca.) in epoca Heian, nell’allora capitale del Giappone, Kyōto. In un gioco raffinatissimo di metafore fatate, viene descritta (senza mai nominarne il nome) la Principessa del Padiglione del Glicine, quarta figlia dell’Imperatore e dama di rango elevato, amata da Genji lo splendente.

Dettaglio del paravento “Uccelli e fiori della primavera e dell’estate”, Kanō Einō, seconda metà del XVII secolo, Museo d’Arte Santory, Tokyo. (Il paravento è stato una delle opere presenti alla mostra “Il Rinascimento Giapponese” alle Gallerie degli Uffizi tra il 3 ottobre 2017 e il 7 gennaio 2018).

 

“Stanchezza:

Entrando in una locanda,

i glicini”

Matsuo Bashō

 

“Nella pallida luce lunare

il profumo del glicine

giunge da lontano.”

Yosa Buson

 

“Étude des glycines”, Claude Monet, 1919-1920, Musée de Dreux Eure-et-Loir, Francia.

 

Visite guidate nel glicine del Giardino Bardini di Firenze

Desiderosi di inebriarvi dei profumi, dei panorami e dei colori del Giardino Bardini di Firenze?

Sappiate che potete tenere il glicine sotto controllo: sul sito web del Giardino Bardini, l’occhio della webcam sulla fioritura del glicine è sempre vigile! Tuttavia, quando si potrà di nuovo viaggiare, non limitatevi ad osservare la fioritura da una finestra virtuale…

Dipingete la  vostra tavolozza di desideri in compagnia di una guida turistica: sarò lieta di accompagnarvi nel Giardino Bardini, illustrarvi la sua storia e le sue collezioni botaniche.

Per informazioni, scrivete a: info@myfloraguide.com

 

 

“Nella mia dimora

Son sbocciati a onde

I fiori di glicine

E, misteriosamente, indugia

Come onda

Anche chi li guarda.”

Oshikoshi no Mitsune (898-922)

 

 

Bibliografia:

Dal Pra, E., “Haiku. Il fiore della poesia giapponese da Bashō all’Ottocento”, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, 2011.

Cattabiani, A., “Florario. Miti, leggende e simboli di fiori e piante”, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, 2017.

Menegazzo, R., Hiroshi, A., Minoru, W., Tadahito, T., “Il Rinascimento giapponese. La natura nei dipinti su paravento dal XV al XVII secolo”, Giunti Editore S.p.A., Firenze, 2017.

Pozzana, M., Mezzapesa, C., Tarassi, T.,“Firenze Greenway. Giardino Bardini, Viale dei Colli”, Casalta s.a.s., Firenze, 2014.

Pozzana, M., “I Giardini di Firenze e della Toscana”, Giunti Editore S.p.A., 2011, Firenze.

Pozzana, M., “Giardino Bardini”, Casalta S.a.s., Firenze, 2013.

Shikibu, M., “La storia di Genji”, Giulio Einaudi Editore s.p.a., Torino, 2012 (traduzione di Maria Teresa Orsi).

Tangorra, M.C., “Il Giardino e la Pittura”, Angelo Pontecorboli Editore, Firenze, 2011.

 

Sitografia:

www.firenzegreenway.com

www.villabardini.it

www.uffizi.it/eventi/il-rinascimento-giapponese

 

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